Come la pandemia ha cambiato il nostro modo di lavorare

Nuovi scenari e nuove competenze

Il mutamento più evidente portato dalla pandemia nel mondo del lavoro è stato senza dubbio lo smartworking che, fino a inizio 2020, per numerose imprese era un universo sconosciuto.

Da non dimenticare, però, è la necessità di avere a che fare, affinché le aziende funzionino, con “nuove” competenze (le virgolette sono d’obbligo perché, come vedrai, si parla di skill già richieste che oggi sono diventate indispensabili).

Tra queste rientra la capacità di lavorare in team.

Aspetto cruciale quando si parla di lavoro in ufficio, lo diventa ancora di più nello scenario da remoto in quanto, nella situazione appena descritta, mancando spesso il contatto visivo può risultare difficoltoso comprendere le esigenze e le istanze di chi si ha davanti.

Lato collaboratori e dipendenti, è diventato sempre più centrale lo sviluppo di capacità gestionali inerenti il time management.

Una transizione chiave

Analizzare lo scenario del lavoro in tempo di pandemia significa, per forza di cose, chiamare in causa la transizione da lavoro in ufficio a smartworking (che, come ben si sa, non ha nulla a che fare con il telelavoro).

Nonostante la portata epocale del cambiamento, sono diversi i lavoratori che hanno definito facile il percorso sopra citato.

Dal momento che, come è chiaro dalle notizie più recenti, lo smartworking sta diventando ormai parte del DNA operativo di tante aziende e si parla della sua centralità anche nel post emergenza, non si può non riflettere sugli alleati chiave per accompagnare il cambiamento in maniera efficace.

Tra questi compaiono senza dubbio la fiducia – che deve arrivare sia dalla direzione, sia orizzontalmente – e la solidità del network che, in questi due anni, si è nutrita tantissimo di relazioni e contenuti online (basta pensare alla crescita di un social come LinkedIn).

Le sfide per recruiter e imprenditori

Fino ad ora, non abbiamo parlato delle sfide che l’emergenza sanitaria ha posto davanti a recruiter e imprenditori.

Se i primi si sono trovati a svolgere il proprio lavoro eliminando dagli strumenti di analisi aspetti come il non verbale e il paraverbale – difficilmente comprensibili durante i colloqui online – i secondi, invece, hanno letteralmente sbattuto la testa contro una frequente mancanza di cultura del web e con il digital divide.

Quest’ultimo è un problema di natura culturale che, secondo numerosi esperti di risorse umane, richiede continui interventi strutturali, necessari considerando anche il fatto che, a lungo andare, la disuguglianza digitale si ripercuote sull’occupabilità, a prescindere dalla situazione emergenziale.


Beatrice Verga

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